Nella magia di Modica Bassa, abbiamo ridato vita ai bassi di un antico palazzo nobiliare affacciato sul vicolo dei Grimaldi e ai piedi della scalinata del Duomo di San Pietro.
Vogliamo che questo luogo sia una dimora in cui esprimere l’ospitalità siciliana alla nostra maniera. Qui trova spazio la mia cucina di sempre, legata ai ricordi di infanzia sospesi tra mare e campagna, i pranzi sotto gli alberi, la raccolta delle olive, il profumo del mare.
Qui ogni cosa mi assomiglia, nel calore di una casa che sento mia e in cui sono felice di accogliere i miei ospiti. Il pavimento si finge un campo di fiori, sedie e tavoli in legno di noce ricordano gli alberi generosi, i colori sono quelli della campagna, le lanterne quelle delle piccole barche che si appendevano agli alberi nelle sere d’estate: tutti dettagli che portano nell’intimità del ristorante un gioco immaginario, per far rivivere a tavola le emozioni della vita nei campi.
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Lo chef Accursio Craparo e l'architetto Viviana Haddad raccontano la Casa di Accursio

Ci abbiamo messo un anno e mezzo, a far nascere Accursio Ristorante, con la pazienza e la dedizione con cui talvolta è preferibile concedersi più tempo, pur di essere certi di fare le cose per bene. Cercavamo un luogo che ci sembrasse da subito perfetto per accogliere spazi di cui immaginavamo già l’atmosfera, oltre al loro aspetto funzionale: volevamo che questo posto fosse la Casa di Accursio, e così è stato.

Nei primi giorni del 2013, quando è stato chiaro che era arrivato il momento giusto affinché questo progetto cominciasse a prendere una forma vera, la nostra amicizia si è trasformata in un’impresa da compiere insieme, che è stata sin da subito una sfida entusiasmante, a tratti nettamente più faticosa del previsto, ma sempre densa di motivazioni e di senso. Tutto è cominciato con la ricerca di un luogo potenzialmente adatto a esprimere appieno l’identità che volevamo dargli: lo cercavamo in centro storico, per mantenere innanzitutto il legame con una cucina che continuamente rievoca storia e tradizione, e volevamo che si prestasse a diventare per essa uno scrigno accogliente, intimo e pieno di respiro.

Ci sono voluti mesi, prima di arrivare ad alzare la saracinesca dei bassi di questo palazzo in via Grimaldi, che sarebbe presto diventato il nostro frenetico cantiere. Non si può dire che sia stato amore a prima vista, ma certamente il fascino di questo luogo già così fortemente integrato nel tessuto antico della città e così vivo nell’immaginario di chi la abita, prometteva di prestarsi bene a quel che dal primo istante abbiamo cominciato a immaginare e nel giro di poco tempo a realizzare: liberarlo dalle sovrapposizioni che nei decenni avevano finito per ingabbiarne e incupirne la bellezza originaria, spalancarlo alla luce aprendo al suo interno nuovi spazi, farlo dialogare con quel salotto buono della Contea che lo circonda in ogni lato. Dargli l’anima, infine.

Attraverso l’invenzione meravigliosa di un percorso di arredi e colori che insieme fossero capaci di raccontare una storia senza bisogno di aggiungervi parole. In questa incessante spinta alla ricerca e anche alla sperimentazione, ci siamo divertiti accorgendoci di quanto siano simili il lavoro dell’architetto e quello del cuoco, se l’approccio è in entrambe i casi esclusivo, artigianale: conoscere i produttori, selezionare una ad una le materie prime migliori, perfezionare abbinamenti in grado di restituire equilibrio ed eleganza. Lasciandoci alle spalle una fitta contrattazione sulla distribuzione degli spazi – per un cuoco la cucina è sempre troppo piccola! – abbiamo cominciato a renderli animati: tra un’area di lavoro comoda e ben organizzata, una di servizio quasi nascosta, una piccola anticamera per rendere riservato il benvenuto e progressiva la confidenza con il luogo e poi una sala spoglia di arredi, completamente pulita, abbiamo costruito il viaggio dell’ospite con un piccolo ma continuo effetto sorpresa in grado di richiamare la successione di emozioni che suscita la città.

Un “restauro timido”, si direbbe, una trasformazione armonica tra passato e presente, che ha fatto di questo luogo definitivamente una Casa quando dentro ci abbiamo messo i nostri oggetti, i nostri colori. Così abbiamo fatto la sala come una specie di giardino segreto, con le pareti libere per lo sguardo come morbidi orizzonti di immaginazione, ma la terra solida, fertile, rassicurante e generosa: siamo andati per mezza Sicilia, a bussare ad anziani rigattieri per fare un prato fiorito con un patchwork di cementine, e nel mezzo ci abbiamo messo i nostri alberi, sedie e tavoli in legno di noce. Le sedie le abbiamo disegnate a mano, affidate alla perizia di un piccolo artigiano e poi provate e riprovate per giorni, per essere certi che fossero impeccabili per accogliere chi sarebbe venuto a cercare un’esperienza di benessere e godimento, comode e allo stesso tempo avvolgenti, calorose, attraverso il contatto con un legno vigoroso. Le sedute le abbiamo fatte blu come il mare, verdi come la campagna, rosse come i papaveri: un colpo d’occhio di colore, in cui nessuno vince ma tutti insieme ricompongono gli armonici contrasti della natura. Le tovaglie, anche qui alla ricerca di un contatto materico, le abbiamo volute in lino. Le lampade le abbiamo scelte perché richiamassero le lampare dei pescatori appese sulle barche a farsi dondolare dal vento della sera.

Tra l’ingresso sul vicolo dei Grimaldi, per il quale abbiamo scelto una ad una le basole di pietra di Modica e il verde dei portoni del ‘700 siciliano, e l’affaccio su Corso Umberto, dove coltiviamo un piccolo orto aromatico, abbiamo costruito questa dimora per noi e per voi: qui il racconto gastronomico trova la sua trama più ampia, in un’atmosfera condivisa di storie e suggestioni.